Donne torturate in Cina

Un articolo pubblicato sulla rivista cinese Lens ha fotografato la situazione delle prigioniere nei campi di lavoro soprannominati “laojiao”, che si trovano nella provincia settentrionale cinese del Liaoning. Il quadro emerso dall’articolo si basa sui racconti di attivisti, ex funzionari dei campi ed ex prigionieri.  In particolare l’articolo parla del campo femminile di Masanjia presso Shenyang, che ospita la maggior parte delle prigioniere del Liaoning e che è solo uno degli oltre 300 campi di lavoro cinesi, dove la polizia può rinchiudere anche senza processo le persone per un periodo fino a 4 anni. La situazione ritratta dalle donne nel campo di lavoro cinese è drammatica. Come raccontano le testimonianze le donne sono state torturate, malnutrite, costrette a turni di lavoro massacranti e private di qualsiasi diritto. Le donne vengono regolarmente torturate con scariche elettriche.

Cina - Foto di © slaved - Fotolia

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Secondo la legge sui campi di lavoro le scariche elettriche possono essere utilizzate dagli agenti soltanto nel caso di rivolte da parte dei prigionieri, ma purtroppo spesso non è così. All’interno dei campi di lavoro si ricorre molto frequentemente a questo tipo di tortura che può portare a gravi danni alla salute sia fisica che mentale. Le donne venivano inoltre anche costrette a lavorare più di 12 ore al giorno senza pause e senza retribuzione.

Il rapporto, che mostra ciò che accade realmente all’interno di un campo di lavoro cinese, è stato rimosso solo poche ore dalla sua pubblicazione e diffusione da tutti i portali di news del web cinese.

Il premier cinese Li Keqiang, dopo essere subentrato nella carica di primo ministro il 15 marzo scorso, ha affermato nella sua prima conferenza stampa che il Governo cinese sta lavorando all’abolizione di tali campi di lavoro. La chiusura sarebbe prevista entro la fine dell’anno.

Marissa Mayer

donna al lavoro - Foto di © pressmaster - Fotolia

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Se sei bionda, bella, fotogenica e hai famiglia e una carriera che vanno alla grande, qualcosa sicuramente non quadra. Ci sarà sempre qualcuno pronto a puntare il dito, a insinuare che forse quella carriera tanto ben avviata non sia frutto delle tue capacità, tu primo ingegnere donna ad essere stata assunta da Google. O che sei troppo poco impegnata nel difendere i diritti delle donne, tu che sei a capo di un’azienda, una certa Yahoo! che ha fatturato, nel quarto e nell’ultimo trimestre dell’anno 1,34 miliardi di dollari con 189,99 milioni di dollari di utile.

Marissa Mayer, classe 1975, madre, moglie e donna in super carriera ha avviato un processo di svecchiamento all’interno dell’azienda di cui ha preso le redini a luglio, orientata allo sviluppo di nuove tecnologie, tenendo ben d’occhio il mobile. Ha già acquistato alcune start up che costruiranno delle applicazioni per dispositivi mobili e dato nuova linfa al portale Yahoo!, integrandolo con Facebook, oltre a stringere vari rapporti commerciali.

Azioni decise, forti, volte anche all’aumento di produttività. Ed é stato questo punto che non le ha risparmiato critiche da più fronti, specialmente per la decisione di richiamare i dipendenti di Yahoo! in ufficio, piuttosto che lasciarli liberi di ricorrere al telelavoro. Una misura questa che entrerà in vigore dal prossimo giugno e che vuole essere un modo per risolvere alcuni problemi dell’azienda, legati anche alla mancanza di motivazione dei suoi dipendenti. Rilanciare l’azienda significa anche renderla più competitiva: l’Economist ha infatti reso noto che un dipendente di Google genera un fatturato superiore del 160% rispetto a uno che lavora da Yahoo! Un bell’impegno quello di Marissa Mayer che sta rimettendo in piedi un’azienda che tanti davano ormai per spacciata.

50 anni di femminismo

women rights - Foto di © intheskies - Fotolia

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È passato mezzo secolo da quando si è iniziato a parlare per la prima volta di un movimento femminista. Cerchiamo di analizzare cosa è cambiato da allora e quali obiettivi sono stati raggiunti e quali invece necessitano ancora di una campagna di sensibilizzazione. Il femminismo è nato come movimento politico per rivendicare il pieno riconoscimento dell’identità, della dignità e dei diritti delle donne nella società. Molte donne negli anni ’60 e anche ’70 hanno deciso di scendere in piazza per denunciare gli squilibri di genere e affermare parità nei vari ambiti della vita, sia in famiglia che sul lavoro. Da allora sono passati 50 anni e ci chiediamo cosa sia cambiato effettivamente da quando sono nati i primi movimenti. Sicuramente rispetto al dopoguerra la situazione della donna all’interno della nostra società è cambiata molto, anche se purtroppo non possiamo ancora parlare di parità assoluta tra i due sessi. Sul piano normativo sono cambiate molte cose. Sono state varate leggi che hanno riconosciuto alle donne una maggiore autodeterminazione e un maggior potere sul proprio corpo, o che hanno ridefinito i rapporti all’interno della famiglia o che hanno promosso le pari opportunità sul lavoro. Anche sul piano formativo è cambiato molto. Basti pensare all’altissima percentuale di donne oggi nei percorsi scolastici e universitari. Nonostante ciò sono ancora molte le questioni non risolte, come la segregazione verticale e la contrapposizione tra conciliazione e carriera. Emergono inoltre altri punti critici, come la precarietà lavorativa che colpisce soprattutto le donne, la condizione delle donne immigrate e la rappresentazione mediatica del corpo femminile, il dramma del femminicidio eccetera. Il femminismo va dunque femminismo rielaborato alla luce dei nuovi contesti.

Pussy Riot

prigione - Foto di © Joachim B. Albers - Fotolia

prigione - Foto di © Joachim B. Albers - Fotolia

In una bella intervista fatta dal giornale GQ Italia le Pussy Riot parlano dal carcere nel quale sono rinchiuse, raccontando la loro giornate, la scelta di diventare vegetariane, i contatti con l’esterno. Nadezhda “Nadya” Tolokonnikova, Maria “Masha” Alyokhina e Yekaterina “Katya” Samutsevich sono i loro nomi, cognomi e soprannomi, donne ormai non più nascoste dietro l’anonimato che caratterizzava il loro collettivo, ma sbattute oggi sulle prime pagine dei giornali, catalizzando l’attenzione di una larga fetta dell’opinione pubblica che chiede la loro scarcerazione.

A marzo del 2012 infatti le tre sono state arrestate con l’accusa di teppismo e istigazione all’odio religioso perché si sono esibite nella Cattedrale di Cristo Salvatore contro Putin. Un’esibizione in realtà lampo dato che la polizia é intervenuta immediatamente, ma quei pochi fotogrammi ripresi sono bastati per confezionare un videoclip. Il testo della canzone è una sorta di preghiera punk affinché Putin venga mandato via, sferzando un attacco anche al patriarca russo Cirillo I, colpevole di amare più Putin che Dio stesso. Al seguito della sentenza (che ha visto la condanna a due anni di reclusione) l’ondata di proteste dall’Occidente si é alzata con maggiore forza, tanto che anche l’amministrazione americana ha definito “sproporzionata” la condanna rispetto ai fatti imputati.

Non solo i Governi si sono mobilitati, ma tantissimi esponenti del mondo dell’arte e della cultura da Yoko Ono a Peter Gabriel, da Sting a Madonna. La OCSE ha definito la sentenza lesiva dei diritti fondamentali dell’uomo. Emblematiche le parole di Nadya nella bella intervista: “…questa sentenza è così idiota e crudele che cancella ogni restante illusione su Putin. In realtà, alla fine é una sentenza sul suo governo.”

 

Giovane indiana in fin di vita

violenza - Foto di © Piumadaquila - Fotolia

violenza - Foto di © Piumadaquila - Fotolia

Un vergognoso attacco a una donna, l’ennesima che in India è stata stuprata e picchiata con sbarre di ferro da un gruppo di uomini su un autobus. La giovane studentessa di 23 anni è ora ricoverata da circa due settimane nell’ospedale di Singapore e versa in gravi condizioni. Si parla di grave trauma cranico, infezione ai polmoni e all’addome e arresto cardiaco.

Il fatto è accaduto il 16 dicembre, destando un’ondata di sdegno in tutta l’India e non solo. Numerose manifestazioni si sono svolte a Nuova Delhi, talvolta anche violente, come nel caso del poliziotto rimasto ucciso. Una violenza che genera altra violenza. I sei aggressori sono stati tutti arrestati. Questo terribile caso arriva poco dopo quello che ha visto una giovane violentata da un altro branco, dieci uomini in tutto. La ragazza si era appartata con il suo fidanzato sulle sponde di un fiume ed è stata attaccata dal gruppo. La lista è lunga e denuncia una situazione insostenibile per le donne in India, vittime di violenza, lasciate spesso sole a se stesse.

È il caso della ragazzina di 17 anni, morta suicida il 27 dicembre a seguito di uno stupro di gruppo. Il 13 novembre venne violentata da un gruppo di uomini che denunciò alla polizia. Uno dei poliziotti ha cercato di convincerla a ritirare la denuncia. Nuova Delhi ha il tasso più alto di violenze sessuali in India si parla di un’aggressione ogni 18 ore, una situazione insostenibile e assurda. Anche Sonia Gandhi si é espressa a riguardo, dicendo che il suo pensiero è accanto alla giovane donna che sta combattendo per sopravvivere. Si augura inoltra che non si perda tempo nel portare davanti alla giustizia i criminali.

Agricoltura rosa

donna agricoltura - Foto di © goodluz - Fotolia

donna agricoltura - Foto di © goodluz - Fotolia

In questo periodo di crisi sempre più donne scoprono di avere il pollice verde e l’agricoltura così si tinge di rosa. Da un recente studio della Coldiretti su dati raccolti da Unioncamere reso noto nel corso dell’incontro di presentazione dei “Segreti antichi per donne moderne” raccolti dalle imprenditrici agricole del Coordinamento donne impresa, è emerso che in Italia una donna su cinque ha domicilio in campagna.

Nel nostro Paese si contano 267.000 imprese agricole su un totale di 950.000 a conduzione femminile, dunque una società su tre del settore agroalimentare è guidata da una donna. Questi dati consentono al nostro Paese di conquistare il primato europeo per numero di imprese agricole “rosa” (gli italiani sono anche primi in Europa nella produzione di bio). La ricerca Coldiretti ha evidenziato anche che nell’insieme delle attività economiche è proprio l’agricoltura uno dei settori che registra tra i livelli più elevati di presenza gestionale femminile. Infatti su un totale di 1,2 milioni di donne imprenditrici il 32,5% opera nel commercio, il 21% nell’agricoltura e solamente l’11% nella manifattura. A spingere il fenomeno dell’imprenditoria rosa sicuramente le agevolazioni fiscali e gli incentivi per donne che diventano imprenditrici. Ma c’é di più. Nel bel mezzo della crisi economica che l’Italia sta attraversando, l’unico settore che sta registrando bilanci positivi è quello dell’agricoltura.

Rispetto all’anno scorso il valore aggiunto è aumentato dell’1,1% e gli addetti del 10%. Gli ottimi bilanci dal mondo dell’agricoltura coinvolgono soprattutto donne e giovani, le due categorie più penalizzate dalla disoccupazione. Le aziende agricole condotte dai ragazzi sotto ai 30 anni sono cresciute nel secondo trimestre del 2012 del 4,2% e in generale l’età media degli agricoltori sta scendendo. La crescita si concentra soprattutto nelle regioni settentrionali (+13,7%), al sud l’aumento c’è, ma è più lieve (+4,2%). Il centro invece è l’unico che registra dati negativi (-3,2%).

A Paestum il femminismo contro la crisi

Da oggi, fino a domenica 7 ottobre, la cittadina storica di Paestum ospiterà un importante convegno nazionale organizzato da un gruppo di appartenenti ai movimenti femministi storici d’Italia, dal titolo “Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della politica”. Ed è proprio quel “la sfida femminista nel cuore della politica”, posto come sottotitolo, a rappresentare in maniera più diretta l’obiettivo primario dell’incontro: sovvertire i concetti di politica, economia, lavoro e democrazia, tutti secolarmente basati sull’ordine imposto dai loro rappresentanti di genere maschile, con l’intervento di uno sguardo altro, lo sguardo femminile.

Donna manager - Foto di ©panthermedia.net/ Ron Chapple

Donna manager – Foto di ©panthermedia.net/ Ron Chapple

Certo, negli ultimi decenni le donne hanno visto la loro condizione all’interno della società radicalmente mutata, conquistando spesso posti di potere e responsabilità che per secoli erano stati loro preclusi. E tuttavia, c’è ancora tantissimo lavoro da fare. In primo luogo, il “soffitto di cristallo” che impedisce alle donne di arrivare ai vertici è ancora ben presente in molti settori. In secondo luogo, una volta arrivate nelle stanze dei bottoni, non di rado le donne tendono a far propri modelli di ragionamento e azione prettamente maschili.

Il luogo, l’antica località di Paestum, nei pressi di Salerno, non è stato inoltre scelto a caso, ma vuole rievocare l’incontro tenutosi nel 1976 in cui le rappresentanti del femminismo italiano si radunarono per darsi un’identità, scegliendo programmi e linee di condotta. La continuità è infatti necessaria a trasmettere l’idea che il femminismo non è morto, come da più parti si continua a sentire, ma è calato nella realtà odierna e continua a proporre le proprie analisi non allineate col pensiero comune, per buttare giù i simboli maschili che ancora permeano gran parte dell’ordine sociale in cui viviamo.

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